Trend su base biennale dei principali indici
di bilancio
Confronto con trend della media di settore registrata nel medesimo periodo
A) Analisi dello sviluppo, dei profitti
e dell'autofinanziamento |
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Il
valore di fatturato in sè per sè permette
l’inquadramento delle singole imprese nelle
seguenti categorie: Micro (< 2 mil. €), Piccole
(>2;<5 mil. €), Medie (>5; <100 mil.
€), Grande (>100 mil. €). La suddetta
classificazione è importante
in quanto ad ogni classe corrispondono dinamiche reddituali,
finanziarie e patrimoniali tipicamente confrontabili
in termini di punti di forza e/o di debolezza. |
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Il contenimento del costo del
venduto sul fatturato può essere cagionato
da: efficienze nelle condizioni di approvvigionamento,
efficienze nelle fasi produttive (riduzione di scarti),
cali di prezzi sul mercato di acquisto, scelte di
terziarizzazione a livello produttivo, politiche di
pricing sulle vendite (target prodotto, cliente ,
mercato), andamento di cambi valutari. |
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Il Margine Operativo
Lordo (EBITDA) è un ottimo indice delle capacità
di autofinanziamento da parte dell’attività
caratteristica; il suo livello va correlato con quello
dei flussi in uscita legati ai rientri dei debiti
dell’impresa (al fine di un giudizio di congruità);
un MOL% > 15%/20% può essere, molto genericamente
e fatte tutte le eccezioni del caso, giudicato soddisfacente. |
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Il Risultato Operativo
(EBIT), in quanto misura del risultato economico prodotto
dall’attività caratteristica e ordinaria
dell’impresa, deve essere positivo; la sua misura
è sufficiente nel momento in cui è capiente
sia rispetto agli interessi passivi legati al finanziamento
oneroso dell’impresa, sia rispetto ai costi
legati alle fiscalità sul reddito. Il Risultato
Operativo per essere ottimale deve permettere una
certa rotazione del capitale investito (vedi R.O.I)
la quale a sua volta deve essere confacente al livello
di rischio ed al dinamismo (crescita / calo di volumi
di vendita) tipici sia del settore che delle singole
imprese. Un EBIT% > 10% / 15% può essere,
molto genericamente e date tutte le dovute
eccezioni del caso, ritenuto soddisfacente. |
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Preservare nel
tempo un livello minimo di redditività netta
positiva è esigenza imprescindibile di qualsiasi
impresa, sia nei confronti dei suoi finanziatori (banche)
che dei soci. Difficile invece, soprattutto per le
P.M.I a ristretta base societaria (imprese padronali
e/o famigliari) stabilire a priori soglie di ottimalità
del reddito netto d’esercizio in quanto su quest’ultimo
valore di bilancio incidono tutte le c.d. “politiche
di bilancio” (es. livello di compensi ad amministratori,
livello di dividendi, modi di finanziare e “spesare”
gli investimenti; tempistiche degli investimenti,
transfer pricing a livello di gruppi societari, ecc.) |
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L’utile
“monetario” netto normalizzato, in quanto
non influenzato sia dai c.d. componenti “non
monetari” di reddito (es. ammortamenti e accantonamenti)
che dai componenti straordinari ed extracaratteristici
di reddito, è un buon indicatore del flusso
di cassa netto prodotto / assorbito dalla gestione
aziendale, a sua volta destinabile a : rimborso
di debiti, eventuali fabbisogni da capitale circolante,
dividendi. |
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| B) Analisi degli investimenti, della loro resa
e del loro finanziamento |
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Il R.O.I, in quanto rapporto
fra reddito operativo e capitale investito da parte dell’impresa,
esprime in modo sintetico le misure dell’efficienza
e dell’efficacia dell’attività di impresa
intesa in senso lato ed in chiave finanziaria quale forma
di impiego di capitali onde ritrarre un sovrareddito rispetto
al costo di acquisizione di capitali medesimi ( Var (R.O.I
– Costo medio mezzi di terzi)= leva finanziaria). Il
punto di debolezza del R.O.I è l’essere influenzato
da indici reddituali (reddito operativo) i quali a loro volta
possono essere frutto di valutazioni operate in sede di bilancio
( es. ammortamenti) le quali in certi casi “falsano”
il confronto fra resa degli impieghi e costo delle fonti.
Quest’ultimo
confronto per essere più sicuro è preferibile
talvolta farlo fra flussi finanziari (es. M.O.L – uscite
per rimborso finanziamenti, riclassifiche di conto economico,
ecc. oppure utile netto monetario normalizzato – uscite
per rimborso finanziamenti.) |
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Il rapporto fra investimenti di periodo
e fatturato è giudicato positivamente o negativamente
a seconda di varie circostanze, tra le quali le principali:
livello di patrimonializzazione, dinamismo delle vendite,
redditività dell’attività, capacità
di autofinanziamento, investimenti passati e pagamenti per
il futuro. |
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| C) Analisi del livello di patrimonializzazione
e di solidità patrimoniale |
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La congruità del
livello di patrimonializzazione, oltre una soglia minima (almeno
15%/20%) ritenuta necessaria per qualsiasi impresa, dipende
sostanzialmente dal grado di rischio della combinazione settore
/ attività, il quale a sua volta si misura nel tempo
giudicando: dinamismo delle vendite, redditività e
autofinanziamento sia del settore che dell’attività,
il fabbisogno di investimenti richiesto dal settore e dalle
attività. Occorre prestare attenzione alla valutazione
del cosiddetto “capitale reale di rischio” investito
dagli azionisti nell’attività d’impresa
formato in aggiunta al patrimonio netto di bilancio, da: plusvalori
/ minusvalori / insiti nelle attività e nelle passività
aziendali; sistema delle garanzie. |
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Affinché l’azienda abbia
una struttura finanziaria equilibrata occorre che il margine
di struttura sia e si mantenga maggiore di 1; in caso ciò
non si verifichi, l’azienda sarà esposta sia
ad un rischio di rifinanziamento che ad un correlato rischio
di crescita dei tassi passivi. |
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| D) Analisi dell'indebitamento e della sua sostenibilità |
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Dalla riclassificazione
dello stato patrimoniale in chiave “funzionale”
(criterio della “destinazione” degli impieghi
e delle fonti) emerge l’importante indicazione del debito
totale netto, ovvero del “quantum” di fabbisogno
di capitale di terzi al netto delle risorse temporaneamente
investite in attività correnti (tipicamente crediti
verso clienti, magazzino, liquidità). Il debito totale
netto rappresenta il “vero” debito dell’impresa
in quanto capitale da restituire facendo fede sulle fonti
di autofinanziamento dell’attività. |
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Il quoziente di indebitamento in quanto
rapporto fra debiti e patrimonio rappresenta il livello di
garanzie “reali” che i creditori dell’azienda
hanno di veder onorati i loro averi grazie all’eventuale
smobilizzo delle attività dell’azienda medesima,
ciò in quanto creditori privilegiati rispetto ai soci.
Dal punto di vista aziendale il quoziente di indebitamento
misura, in rapporto inversamente proporzionale, le capacità
di sviluppo futuro dell’azienda, inteso come capacità
di acquisire nuove finanze al servizio degli investimenti;
in quest’ultima chiave interpretativa il quoziente di
indebitamento è un vero e proprio parametro di forza
/ debolezza competitiva. Livelli di indebitamento >2 sono
pericolosi. |
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L’incidenza % degli oneri finanziari
sul fatturato va letta come la quota conferita al “socio”
banca su ogni singola transazione di vendita. In generale
% > 2% / 3% possono essere insostenibili nel medio termine,
soprattutto nel caso di attività a bassa redditività,
in quanto rendono lento il processo di alleggerimento della
posizione debitoria nei
confronti dei finanziatori, in particolare gli istituti di
credito. |
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| E) Analisi del capitale circolante e del fabbisogno
finanziario di breve |
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Il capitale circolante
netto, in quanto somma algebrica fra attivo e passivo corrente,
deve essere positivo. In caso non lo sia, l’azienda
evidenzia una lacuna in termine di generazione di capacità
liquidatoria dei propri impegni di spese a breve termine.
Inoltre un capitale circolante negativo spesso è espressione
di un fabbisogno di risorse per finanziare impieghi in capitale
fisso (attivo immobilizzato), evaso tramite l’utilizzo
spinto e patologico delle linee di credito a breve (es. smobilizzo
di crediti commerciali, finanziamenti per fabbisogni di liquidità,
ecc.) |
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La variazione tra un periodo e l’altro
di CCNC in caso sia positiva esprime fabbisogno temporaneo
aggiuntivo di risorse finanziarie; tra le cause tipiche: aumenti
di magazzino per articoli obsoleti e lenta rotazione, per
aumenti gamma offerta, per aumenti delle vendite, aumenti
di crediti verso clienti per maggiori dilazioni concesse,
per crediti
difficili, per insoluti. Al contrario un calo del CCNC genera
un flusso di cassa positivo le cui cause possono essere, fra
le altre: una ottimizzazione del processo produttivo nel senso
di un suo snellimento (magazzini snelli, consegne veloci,
ecc.), una migliorata qualità nel credito commerciale,
migliori condizioni di pagamento ottenute dai fornitori. |
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La variazione di periodo della P.F.N.
netta esprime il flusso di cassa netto di periodo. Esso è
la risultanza netta di tutti i flussi di cassa positivi o
negativi che siano: operativo, corrente, da investimenti /
disinvestimenti, da finanziamenti (accensioni / rimborsi),
da oneri finanziari (int. Attivi / passivi), da pagamento
di tasse e da movimenti attinenti il
patrimonio netto (es. dividendi) in quanto risultanze nette
di suddetti numerosi fenomeni in entrata e uscita; per valutare
al meglio la var. della PFN netta, occorre compilare il rendiconto
finanziario. Una variazione positiva della PFN indica un flusso
di cassa netto positivo di periodo il quale, se combinato
con un contenimento del debito a M/L termine e con un flusso
di cassa corrente positivo, comporta un grado ideale di gestione
finanziaria e aziendale. |
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| F) Analisi della produttività e dell'efficienza |
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Il dinamismo delle vendite
(aumenti, cali, stagionalità) è spesso causa
e/o conseguenza di performance, in tali casi positive in altre
negative, a livello di produttività e di efficienza.
Normalmente un aumento di produttività a parità
di risorse cagiona un aumento delle vendite ed una crescita
esponenziale del profitto (c.d. economie di scala). Al
contrario un calo delle vendite per carenza di domanda di
mercato può creare un surplus di capacità produttiva
che se non viene prontamente reimpiegata o dismessa, fa emergere
inefficienze nei costi e come tali perdite di guadagni. |
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Il contenimento del costo del venduto
sul fatturato può essere cagionato da: efficienze nelle
condizioni di approvvigionamento, efficienze nelle fasi produttive
(riduzione di scarti), cali di prezzi sul mercato di acquisto,
scelte di terziarizzazione a livello produttivo, politiche
di pricing sulle vendite (target prodotto, cliente , mercato),
andamento di cambi valutari. |
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L’ottimizzazione dell’incidenza
del costo del personale sul fatturato può dipendere
da una serie congiunta di fattori tra i quali: produttività
della manodopera, efficienza della manodopera (ore prodotte
vs. ore pagate, assenteismo, ecc.) mix di qualifiche e anzianità
del personale, politiche di terziarizzazione e delocalizzazione
della produzione, aumenti nei salari vs. aumenti nei prezzi
di vendita. |
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| G) Analisi del valore d'impresa |
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La creazione del valore
per gli azionisti è uno degli imperativi di qualsiasi
impresa; il ROE in quanto rapporto tra risultato d’esercizio
e Patrimonio netto esprime, appunto, la misura della suddetta
attitudine nella forma della resa per grado del capitale di
rischio investito. Il ROE in taluni casi può assumere
valori molto alti per eccesso di sotto
patrimonializzazione oppure, al contrario, valori molto bassi
per politiche di bilancio che tendono a comprimere il risultato
netto: in tali casi ed in molti simili l’analista deve
evidentemente “simulare” le vere misure del ROE
per evitare il rischio di conclusioni errate. Il ROE, per
essere giudicato soddisfacente, deve essere superiore alla
resa
media corrente degli investimenti in titoli di stato o in
obbligazioni a basso rischio e comunque la sua soglia di performance
ottimale dipende molto dal livello di rischio insito in ogni
singolo settore/attività. |
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